Neddy & Tata

Lucia Pozzo

Titolata, blasonata, in possesso di un pedigree da far impallidire qualsiasi altro cane: sono Neddy, una Golden Retriever, frutto degli incroci sconsiderati di un cattivo allevatore. Lo dimostrano le tare genetiche che mi porto appresso e che mi obbligano ad una vita canina difficile.

Ma andiamo con ordine: sono l’ultima nata di una numerosa cucciolata che sarà fruttata dei bei soldi. Io non riuscivo a succhiare la tettina della mamma, sono stata nutrita con un’alimentazione artificiale, e successivamente svezzata. A forza. Dormivo tutto il giorno in qualche angolo, spossata e spaesata, non partecipavo ai giochi dei miei fratelli e delle mie sorelle, perché avevo dei problemi di udito. Dopo una gastroenterite, che mi ha costretto in una gabbia sotto flebo, il veterinario ha decretato che non ero sicuramente un cucciolo da vendere.Tra le varie tare genetiche, avevo ereditato anche la degenerazione della cornea e avrei presto perduto la vista.Io e il mio pedigree sontuoso siamo finiti in un canile, situazione che per me era comunque conveniente, box ristretto, nessuna richiesta di impegnative prestazioni tipo “seduta, a cuccia, riporta”, esercizi veramente complicati da capire.

Gli altri cuccioli ospiti del canile ben presto se ne andavano, tra grida felici di bambini e moine dei nuovi padroni; io tutto quello che riuscivo a fare per socializzare con gli umani era mordicchiare e biascicare la mano che mi accarezzava, e leccarla con la mia saliva appiccicosa e densa.Ma finiva tutto lì, perché la gente era turbata dal mio respiro affannoso e dal mio rantolo, quando mi agitavo, perché la mia laringe cominciava a prolassarsi.

La mia famiglia umana l’ha trovata la veterinaria del canile.

Sono venute a prendermi due persone, una signora che portava a spasso un guinzaglio libero, accompagnata da un bambino che, nonostante fossi grossa e pesante, mi ha presa in braccio e mi ha tenuta abbracciata durante tutto il viaggio in auto, come se fossi un suo peluche. La mia vita vera é cominciata in quel momento, a otto mesi suonati; ero già obesa, e la mia dentatura non si era completamente sviluppata.Non credo di essere stata uno di quei cani che regalano ai padroni dei motivi di compiacimento e di orgoglio: se mi lanciavano un oggetto non andavo a raccattarlo, se mi chiamavano non accorrevo, scodinzolavo alla ciotola della pappa piuttosto che alla gente. Però ho imparato a buttarmi a terra, a pancia all’aria, a comando.

 

Il tutto é nato da un equivoco.

Tutti i giorni il mio padroncino mi faceva compiere degli esercizi per insegnarmi a mettermi seduta; era una cosa difficilissima per me, ce la facevo una volta su cinque. Quando ci riuscivo, lui per ricompensa mi ribaltava e mi grattava la pancia. Così ho afferrato il concetto: quando mi dicono “seduta”, io mi butto a terra con la pancia all’aria, pronta a prendere i grattini. Deve essere proprio ciò che vogliono, visto che nessuno mi rimprovera. Goffa, un po’ sorda e ahimè un po’ tonta... con l’attitudine a urtare gli oggetti e ad abbaiare alle ombre, perché per me le ombre sono dei fantasmi in movimento... e poi non sgridatemi, se ancora adesso abbaio e attacco ferocemente le galline, li intuisco come degli animali molto aggressivi e pericolosi.

Ve l’ho già detto che non ero il solo cane nella nuova casa? C’era anche un vecchio bassottino... l’indifferenza canina assoluta.

All’età di due anni, per Natale, anch’io ricevetti il mio regalo, il più bello in assoluto che si possa immaginare: una cucciola di Golden Retriever, proveniente da un container insieme ad altri sfortunati cani. Denutrita e reduce dal cimurro.

All’inizio non sapevo bene se ringhiare o mordere, ma lei mi adottò come scaldino.

Ancora adesso, che sono passati alcuni anni, mi usa come fossi un materasso, mi mordicchia le orecchie. E io la lecco, la biascico e la sbavo. Mi ha cambiato, come si suol dire, la vita.Lei accetta le mie effusioni e mi rallegra con le sue corse, con gli agguati e tentando di masticarmi le zampe quando io cammino. E’ lei che mi guida nella notte dei miei occhi; sui sentieri di montagna seguo il suo odore e gli affettuosi richiami dei miei amici umani. Così riesco a godermi le passeggiate senza essere al guinzaglio, anche se qualche volta mi scontro con un cespuglio o una pianta.In estate, nelle notti di temporale, tra i tuoni, il rumore della pioggia e del vento, perdo completamente l’orientamento, mi accuccio sotto l’acqua che mi cade addosso, perché non capisco da che parte del giardino sia la cuccia mia e di Tata, il mio angelo custode canino.

Lei viene a cercarmi, mi dà dei colpi col muso e va avanti e indietro tra me e la nostra cuccia... io non sempre capisco subito quale sia la direzione, ma Tata non si arrende e corre avanti e indietro fino a portarmi al riparo dalla pioggia. Per facilitarle il compito i nostri amici umani hanno costruito un’altra casetta al lato opposto del giardino.

Quando mi paralizzo in un angolo, perché il tuono é troppo assordante, Tata raspa alla porta di casa e abbaia, finché un umano non esce e ci porta nell’appartamento.Tata e io viviamo in simbiosi da cinque anni ormai, ma io mi chiedo: se lei attraversasse il “ponte sull’arcobaleno” per prima, che ne sarebbe di me? Tata con la sua dolcezza è stata amica del bassotto, che ormai, essendo molto anziano, ci ha lasciati. Tata con la sua allegria é compagna di giochi di una gatta indiavolata. Con il suo pelo morbido attira le carezze di tutte le persone che passano davanti al nostro cancello.

Io attorno a me ho il buio e un silenzio quasi totale.

Conto molto sulle dolci carezze dei miei amici umani, ma il bimbo che mi ha allevata come un suo peluche, quest’autunno andrà all’università e non potrà portarmi a vivere in città.

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