La storia di Fido

Luca Claudio Picchi

Questa è la storia che mi ha raccontato un vecchio cane, in una sera di luna piena, quando la notte è magica e ti pare che tutta la natura intorno a te parli. Non so come ero finito in quel posto, bello, simpatico, allegro, pieno di gente sconosciuta con la quale potevi scambiare due parole. C’erano, come in ogni società o convitto i personaggi più strani, avete a mente i sette nani? Quello saggio, quello brontolone, quello tontolone e via di seguito, ma se ti mantenevi educato era sempre piacevole passarvi qualche ora. Quella sera però ero rimasto solo o quasi e feci un incontro non previsto dal quale scaturirono intense e diverse emozioni. Fu grazie a queste emozioni che mi trovai in quel luogo magico dove la natura parla e dove senti le foglie discorrere fra loro, e, se stai attento puoi ascoltare anche le formiche che si lanciano messaggi operativi. Ad un tratto, dalla curva della via sterrata, apparve un cane, che se ne andava annusando in terra incurante di quanto gli accadesse intorno.

Quando fu ad una decina di passi da me fiutò il mio odore, perché, data l’ora notturna e il mio immobile silenzio, non ero facilmente visibile. Alzò la testa girandola nella direzione dell’odore che gli arrivava alle narici e forse quello odore lo tranquillizzò, perché dopo un attimo di incertezza venne nella mia direzione compiendo un ampia curva in segno di pace. Io uscii dal mio torpore e schioccai le dita per attrarre la sua attenzione e quel cane, una volta biondo e ormai tutto canuto, si avvicinò con fiducia. Quando fu ad un passo da me allungai la mano con il palmo verso il basso, perché lui potesse annusarmi e con l’altra mano tirai fuori uno snack che avevo in tasca, offrendoglielo. Lui mi guardò con il suo sguardo sincero ma opaco e prese delicatamente in bocca lo spuntino, che finì in un boccone.

Fu allora che, nella magia del momento gli dissi: “Amico, ti vedo stanco, siediti qui con me e guardiamo insieme la natura, poi se ne hai voglia mi racconterai la tua storia.”

Il cane da prima si mise seduto accanto a me ed entrambi guardavamo davanti a noi le ombre che avvolgevano gli alberi, le piante, il ruscello, i sassi e i piccoli animali a caccia di cibo.

Lo guardai meglio e mi accorsi che era un cane di razza incerta, di buone dimensioni, in discreta salute, ma carico d’anni.

Improvvisamente, senza cambiare posizione, il vecchio cane iniziò il suo racconto:

”Vivevo al margine di un paese circondato da altri cani che conoscevo da una vita, avevo vissuto la mia storia e ormai pensavo soltanto all’oggi e non più a domani. I miei orizzonti si limitavano a rintracciare qualche boccone ancora abbordabile per i miei denti, e non pensavo certo ad azzuffarmi con i giovani cani per la prosecuzione delle razza. Un giorno di sole splendente, una meravigliosa creatura umana passò davanti al luogo che ero solito frequentare per la mia pennichella e, come fosse un segno del destino, la sua auto si fermò immobilizzandosi. La donna scese elegantemente dall’auto, e per prima cosa mi colpirono i suoi capelli lunghi che le svolazzavano intorno al volto, dove spiccavano due occhi gialli, un naso importante ed una bocca naturalmente vermiglia.

Mi colpì il suo busto che mostrava un seno morbido e sodo nello stesso tempo. Si guardò intorno e i suoi occhi si strinsero in due fessure dalle quali uscivano lampi di ira. Ero certo che attribuisse la colpa di quanto era accaduto ad altri.

Tornò in auto e incominciò alcune telefonate concitate, poi si rilassò accese una sigaretta e si guardò in giro con una certa aria di disgusto. Ad un tratto, il suo sguardo acuto e strafottente, si soffermò su di me, vecchio botolo, talvolta un po' pulcioso e, per motivi che non seppi mai spiegarmi, divenne dolcissimo. Apri lo sportello, girò intorno alla macchina e si fiondò verso di me, che, se non avessi visto mutarsi il suo sguardo in dolcezza, me la sarei data a gambe. Si chinò su di me che me ne stavo sdraiato di tre quarti e dopo avermi fatto annusare la sua mano incominciò ad accarezzarmi su tutto il corpo.

Erano anni che non avevo più avuto simili attenzioni e rimasi a dir poco sconvolto: incominciai a leccarle la mano che sapeva di buono e capì che la mia vita era ad una svolta.

Dove sarebbe andata non lo sapevo, ma ero certo che niente sarebbe stato come prima: le sue semplici carezze avevano scombussolato il mio animo. Arrivarono dopo poco alcuni uomini, fra cui un meccanico e la signora si rivolse a tutti come una regina che aveva subito una molestia per colpa loro; presto il danno fu riparato ed io mi apprestavo a salutare la Meraviglia, così l’avevo chiamata fra me e me, quando la sentii parlare con uno dei presenti, al quale disse di aver trovato il cane della sua vita. Imparai ben presto che le sue espressioni erano sempre molto colorate, e un po’ sopra le righe, e il poveruomo dopo avere biascicato qualche parola, ma come ... ma perché …, si strinse nelle spalle come colui che sa di avere perso. La padrona, con voce dolce e appassionata mi indicò di salire nel bagagliaio ed io abituato alla piena libertà, come un somaro, vi saltai dentro.

Mi rendo conto che quel salto fu come decidere di tuffarsi da una rupe sul mare, quello che si dice un salto nel vuoto, ma questo lo capii molto dopo.

Fui circondato da mille cose, da mille attenzioni, che non avevo mai avuto, da mille complimenti che non avevo mai meritato, neppure quando ero un giovane cane e mi battevo per tutte le cagnette del Borgo. Ero improvvisamente diventato il più bello, il più forte, il migliore cane del mondo e nessuno poteva essermi paragonato!

Fu così che, lavato e pettinato, conobbi il calore del letto, il sapore della tavola, l’illusione dell’amore, la certezza dei sentimenti che mi venivano elargiti; anzi semmai era lei che era sempre in ansia che io non l’amassi abbastanza, che la potessi abbandonare, scappando dalla porta di casa! La sua gelosia era sconvolgente come sconvolgente era l’amore o se vogliamo la passione che riversava su di me, e guai se io muovevo la coda ad un’altra persona in segno di saluto.

Ogni giorno, in ogni momento in cui eravamo soli, fosse in camera, o in bagno o in auto, era un ridere delle mie smorfie e dei miei movimenti, delle sciocchezze che un cane adulto ed anziano non dovrebbe più fare, come portare la pallina, andare a prendere un giochino, invitare l’umana a giocare a rincorrersi.

Eravamo una simbiosi assoluta, e dovendosi assentare per qualche ora o qualche giorno incominciò a manifestarmi tutto il suo disagio, la sua impossibilità a separarsi da me. Ero molto confuso, ma così grato a questa Meraviglia che mi aveva tolto dalla strada, che mi aveva dato una nuova possibilità di una nuova vita, che avrei affrontato un leone senza timore alcuno.

Ero sempre impressionato di come avesse potuto scegliere proprio me, ma i grattini, le pappe migliori, le attenzioni, i giochi ed i baci di cui mi ricopriva, a poco a poco mi avevano fatto pensare che la mia vita avesse avuto una vera svolta. Per quando doveva andare da qualche parte e non poteva portarmi dietro, aveva fatto installare una apposita telecamera dalla quale poteva vedermi ed interagire con me, ed io con lei. Mi diceva, se non ti vedo mi manca il respiro! Ed io vecchio e canuto, mi mettevo a correre per la stanza senza sentire gli acciacchi dell’età, sentendomi un giovane cane senza timori o referenze per alcuno, se non che per la mia Meraviglia.

Mi metteva al corrente di ogni cosa, dalla scelta dello smalto al colore dei capelli, dai sogni suoi più intimi, dai suoi desideri, dei suoi dolori che si portava dietro da anni senza sosta, delle sue nostalgie ed anche di cose che lei diceva di non aver mai detto a nessuno. Del resto io ero nessuno, nessuno mi aveva dato un nome, nessuno aveva mai badato a me, ed io ero sicuro portatore di qualsiasi segreto, perché, come tutti sanno, al cane manca solo la parola.

La nostra vita in simbiosi durò, come si dice, come un gatto in tangenziale! Non so come successe, me lo sono chiesto mille volte di giorno e di notte, ma che volete, io sono solo un povero cane ignorante che non ha risposte, solo domande.

In mille modi ho cercato di farle capire che quel suo cambio di atteggiamento mi rimaneva incomprensibile, ma da buon cane ubbidiente, quale ero diventato per amore suo, non avrei contestato o discusso nessun suo atteggiamento o desiderio che fosse. Lei ogni tanto mi accarezzava la testa e le sue parole, non più i suoi occhi, perché avevano smesso di guardarmi, mi tranquillizzavano. Se tardavo ad alzare la testa quando lei, sempre più raramente, mi rivolgeva la parola mi sgridava perché ero disattento, ed io con il mio poco cervello diventavo sempre più confuso.

Un giorno, non accadeva da settimane, mi mise il collare ed il guinzaglio e mi fece salire in auto. Io ero felice, ma c’era qualcosa nel suo sguardo che mi mise in allarme: no, non poteva essere quello che il mio cuore pensava! Eppure, le mie certezze, o meglio le mie disperazioni divennero sempre più fosche.

Imboccò l’autostrada e schiacciò sull’acceleratore parlando al telefono con le sue amiche, ignorandomi completamente, per cui dopo avere guardato un po’ intorno mi sdraiai in attesa degli eventi. Non so quanto tempo passò, certo che mi accorsi che l’auto stava rallentando e poi si fermava.

Mi alzai dando un’occhiata in giro. Non conoscevo quel luogo, non l’avevo mai visto prima, era una campagna secca ed arida con poche piante di fichi d’india, tanti sassi e pochi ciuffi d’erba.

Lei scese, girò intorno alla macchina ed aprì lo sportello del bagagliaio ed io scesi prontamente cercando il suo volto ed i suoi occhi celati da una falda dei capelli. Faceva un caldo asfissiante, l’aria rovente bruciava i polmoni, lei prese il guinzaglio e con gentilezza si diresse e mi diresse verso il guardrail, fece un nodo semplice con il collare al montante e senza rivolgermi lo sguardo si voltò e sparì nella calura.

Perché, perché, perché ….? Mille erano i perché che mi rimbalzavano nella testa. Ma l’unico che non mi saliva alle labbra era perché mi hai abbandonato. I perché che mi tormentavano erano perché mi hai preso? Perché mi hai portato con te? Perché mi hai fatto conoscere il caldo odore del letto? Perché mi hai dato cibi che non sapevo nemmeno che esistessero? Perché mi ha confessato il tuo amore, i tuoi segreti di cuore? Perché mi hai presentato il tuo mondo? E poi mi hai gettato via?

 

Il sole picchiava forte, l’aria era sempre più irrespirabile, la Fata Morgana distorceva la realtà e i miei pensieri da cane, troppo onesto e sincero e però troppo stupito per capire l’uomo, la sua malvagità, la sua logica egoistica.

Scusa se io mi sono sfogato, ma ho sentito che il tuo animo era capace di cogliere i miei sentimenti le mie sensazioni, i miei mille dilemmi che ancora mi torturano.”

Così detto si sdraiò con un lungo sospiro, che sembrava salisse direttamente dal cuore. Mi avvicinai e posi la sua testa sul mio ginocchio, i suoi occhi quasi bianchi per l’età persero la lucentezza della vita.

 

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